Due anni dopo il tremendo biscotto ad Euro 2004.
Quattro anni dopo le follie di Byron Moreno a Daejeon.
Sei anni dopo il maledetto golden goal di Trezeguet.
Otto anni dopo l’illusione di Roberto Baggio.
Dodici anni dopo il tremendo pomeriggio di Pasadena.
24 anni dopo Spagna ’82, quando Bearzot partì per il Mundial nell’impossibile tentativo di ricucire il calcio italiano, distrutto dal Totonero.
Nel 2006, come nel 1982, un altro tornado si sta per abbattere sul calcio italiano. Ancora una volta alla vigilia di un mondiale e con una nazionale non proprio brillantissima.

Nonostante il clima piuttosto pesante creatosi intorno a quei 23, Lippi va in Germania per giocarsi il mondiale fino alla fine.
Oggi sapremo chi siamo
12 Giugno 2006, Hannover.
Niedersachsen Stadion. Italia-Ghana.
Si comincia.
Le gambe tremano, la paura c’è e per quaranta minuti nessuno segna. Poi, il Maestro Pirlo, che è un gran tiratore da fermo, s’inventa un gol dei suoi. Una punizione in movimento che beffa Kingston. Italia avanti, e ora si mette in ghiaccio la partita.
Il raddoppio viene cercato in tutti i modi, ma non se ne parla fino all’83esimo, quando Iaquinta parte in contropiede, salta Kuffour, salta Kingston e appoggia in rete.
È 2-0, i primi 3 punti sono in cassaforte.

Per stare tranquilli
Fritz Walter Stadion. Italia-Stati Uniti.
17 Giugno 2006, Kaiserlsautern.
La partita che, sulla carta, è la più facile, si rivela la più complicata. Ad aspettarci ci sono gli USA di Landon Donovan e Clint Dempsey, forse la più abbordabile delle tre partite del girone.
Dopo poco più di venti minuti, siamo già avanti. Pirlo batte una punizione da destra, la palla va precisa in mezzo all’area e in tuffo Alberto Gilardino la mette dentro di testa.

Qualche americano chiede il fuorigioco, ma Gila ha preso regolarmente il tempo a tutti.
Passano non più di 5 minuti e gli Stati Uniti pareggiano nella maniera più rocambolesca possibile.
Punizione dall’alto, palla spiovente in area, Bocanegra salta ma non la prende e il pallone finisce sui piedi di Zaccardo. Il terzino rosanero cerca di rinviarla al volo, ma liscia di sinistro e di destro la mette alle spalle di Buffon.
Di lì, la partita impazzisce.
Meno di un minuto dopo, in un contrasto aereo con McBride, De Rossi allarga troppo il gomito destro e colpisce in pieno volto il malcapitato centravanti avversario. Il signor Larrionda, l’arbitro uruguagio designato dalla FIFA per dirigere il match, sventola il cartellino rosso in faccia al numero 4 azzurro.

Italia in 10, fuori Totti dentro Gattuso per ristabilire la parità a centrocampo.
Allo scadere del primo tempo, Pablo Mastroeni trebbia Pirlo a centrocampo in un’azione tutt’altro che pericolosa. Rosso.
Si va negli spogliatoi con un gol e un espulso a testa.
Passano 120 secondi e il baluardo difensivo degli USA, Eddie Pope, stende Gilardino.
Già ammonito, raggiunge Mastroeni negli spogliatoi. Stati Uniti in 9, Italia in 10, ma comunque non riusciamo a segnare.
Non si va oltre l’1-1 e la prossima è decisiva per non finire nella parte sbagliata del tabellone, che ci porterebbe ad affrontare il Brasile campione in carica.
Per andare avanti
22 Giugno 2006, Amburgo.
Fifa Stadion. Italia-Repubblica Ceca.
Gli azzurri sono di fronte a Pavel Nedved con un unico risultato possibile per evitare il Brasile: vincere.
Dopo un quarto d’ora il primo colpo di scena: Nesta sente tirare un muscolo. Per il terzo mondiale consecutivo, è costretto ad abbandonare il campo. Fuori Nesta, dentro Materazzi.
E proprio Materazzi, con la specialità della casa, un incornata su calcio d’angolo, porta avanti l’Italia dieci minuti dopo essere entrato.

Italia che, alla fine del primo tempo si trova in superiorità numerica. Polak, che “non può fare quindici falli da dietro in un primo tempo” si becca il secondo giallo prima dell’intervallo.
Sulla falsa riga dell’esordio col Ghana, il raddoppio arriva a pochi minuti dal termine, ed è un gol leggendario.
Brutta palla persa dai Cechi a centrocampo che lancia un contropiede a difesa completamente scomposta. Ci sono Pippo Inzaghi, con la palla fra i piedi e Simone Barone, che corre, parallelo al centravanti del Milan, in attesa di un passaggio che non arriverà mai.

Inzaghi salta il leggendario Petr Čech con un dribbling onestamente bruttissimo e appoggia la palla che vale l’ottavo di finale.
Fino all’eldorado
26 Giugno 2006, Kaiserslautern.
Fritz Walter Stadion. Italia-Australia
Grazie a Marco Materazzi e Pippo Inzaghi abbiamo scansato il Brasile. Prima di entrare nelle migliori 8 del mondo, però, c’è da battere l’Australia.
Sulla carta è una partita estremamente abbordabile, ma sulla panchina avversaria c’è una vecchia conoscenza del calcio europeo, tale Guus Hiddink, lo stesso che era sulla panchina sudcoreana quando ci batterono nel 2002. L’Australia non è di certo una corazzata, ok, ha diversi buoni giocatori, su tutti Mark Viduka, Harry Kewell, Tim Cahill e Mark Bresciano, ma ha un grande spirito di agonismo.
I socceroos sono molto ben organizzati difensivamente e, soprattutto, non hanno paura dei contrasti duri.
Ed è proprio un contrasto a sancire la prima sentenza del match: Materazzi stende Bresciano, per Luis Medina Cantalejo ci sono gli estremi per il rosso. Aldilà del cartellino, ricordatevi questo nome, perché ci tornerà utile più avanti.

Lippi cambia tutto l’attacco, perché nessuno riesce a segnare. Fuori Gilardino, dentro Iaquinta. Dopo 10 minuti ristabilisce l’ordine difensivo: fuori Toni, dentro Barzagli. Ad un quarto d’ora dal termine Totti entra al posto di un opaco Del Piero.
L’Australia dà l’impressione di essere battibile e andare ai supplementari sarebbe un inutile spreco di energie.
All’improvviso il colpo di genio, all’ultimo momento.
92:40 su 93.
Totti, nel cerchio di centrocampo, vede un lontanissimo movimento di Fabio Grosso e cerca di lanciarlo per l’ultima offensiva.
Grosso lascia sfilare la palla, salta Bresciano, punta Neill, finta di crossare e viene messo giù (in maniera piuttosto discutibile) dal numero 4 australiano: per Medina Cantalejo non ci sono dubbi, rigore.
Dagli 11 metri chi può andare, se non lui, il numero 10, il figlio della Città Eterna.

Francesco Totti, che stavolta non fa il cucchiaio come a Euro 2000, spara un missile di destro che Mark Schwarzer (che andrà al Leicester dei miracoli per fare il secondo di Schmeichel) non vede nemmeno partire. Caressa impazzisce, l’Italia intera impazzisce. Si va ai quarti, contro l’Ucraina.
Non avere più confini
30 Giugno 2006, Amburgo.
Fifa Stadion. Italia-Ucraina.
Siamo fra le prime otto squadre del mondo.
Di fronte a noi c’è una squadra abbastanza mediocre, arrivata fino ai quarti dopo un tragicomico ottavo con la Svizzera, finito ai rigori con tre errori consecutivi da parte degli elvetici, che però ha un grandissimo centravanti, Andrij Shevchenko, uno che coi gol va particolarmente d’accordo.
Lippi, che deve fare a meno di Materazzi e Nesta, lancia titolare il giovane Barzagli.
L’Italia parte forte e dopo cinque minuti è già avanti. Triangolo Zambrotta-Totti-Zambrotta, bolide rasoterra dai 20 metri, 1-0.
Gli Azzurri, che conoscono alla grande Sheva, vogliono mettere la partita in ghiaccio, perché quello lì è capace di segnare in qualsiasi modo e in qualsiasi momento.
Al 59’, ancora con lo zampino di Totti, l’Italia raddoppia.
Corner corto di Totti, per Grosso, che gliela rende. Traversone del numero 10, ci si avventa Cannavaro che non c’arriva, Toni sì e in tuffo fa 2-0.

Dieci minuti dopo, ancora Toni, stavolta di piatto. Si è svegliato il capocannoniere dell’ultima Serie A e i paragoni con Pablito piovono a non finire.
Iniziate a mettere i panni dentro le valigie, si va a Dortmund, dove ci aspetta… la Germania.
Appuntamento con la storia.
4 Luglio 2006, Dortmund.
Westfalenstadion. Italia-Germania
Quando si parla di Italia-Germania, la mente inevitabilmente ci riporta prima al 1970, quando a Città del Messico li abbiamo battuti in un pirotecnico 4-3, passato alla storia come la Partita del Secolo, e poi al 1982, quando sul prato del Bernabeu, di fronte a 90mila persone, gli abbiamo rifilato un 3-1 pesantissimo che ci ha fatto alzare al cielo la Coppa del Mondo.
A distanza di quasi vent’anni, tutti si ricordano dov’erano la sera del 4 Luglio 2006.
Lippi schiera i suoi 11 gladiatori: Buffon fra i pali, difesa a 4 con Zambrotta, Cannavaro, Materazzi e Fabio Grosso, a centrocampo ci sono Pirlo e Gattuso in mezzo, Camoranesi e Perrotta sulle fasce, Totti è il numero 10 e Toni il centravanti.
Klinsmann risponde praticamente a specchio: Lehmann in porta, Lahm, Metzelder, Mertesacker e Friedrich i quattro dietro, in mezzo Ballack e Kehl, Borowoski e Schneider gli esterni, Podolski e Klose le due punte.
Alle ore 21 locali, il signor Benito Archundia, lo stesso della partita con la Repubblica Ceca, fischia l’inizio.
C’è un piccolo particolare, che pende dalla parte dei tedeschi: si gioca a Dortmund, in uno degli stadi più caldi del mondo, dove la Germania non ha mai perso.
I ritmi, per un’ora buona, sono da Italia-Germania. Noi partiamo subito a mille, abbiamo quattro occasioni con Totti, Perrotta, Toni e Grosso, ma alla lunga emergono i tedeschi.
Schneider spara un missile leggermente alto, Buffon fa i miracoli su Podolski e Klose.

Nessuno segna, si va i supplementari.
E qui, Lippi, gioca non uno, ma ben due jolly.
Fuori Camoranesi e Perrotta, sfiniti dopo aver fatto cento volte su e giù, dentro Iaquinta e Del Piero. Con Gilardino, che ha preso il posto di Toni, e Totti partito titolare, Lippi schiera quattro attaccanti.
A Dortmund, in casa della Germania, ai tempi supplementari.
L’Italia, col nuovo assetto ultra offensivo, ha decisamente più ritmo. Ma la palla, di entrare, non ne vuol sapere. Gilardino ha forse l’occasione più grossa di tutto il match: salta Metzelder, schiva Ballack e spara un sinistro da non più di due metri, PALO.
Azione successiva, corner di Pirlo, palla a Zambrotta che esplode il destro, TRAVERSA.
Non è possibile.
Nel secondo supplementare un brivido percorre la schiena di milioni di italiani: Kehl libera Podolski in area, gli azzurri sono scoperti, nessuno copre il neo centravanti del Bayern che ha il tempo di fermarsi, mettere a posto la palla e tirare un siluro ad incrociare verso Buffon. Ma Gigi, in quel mondiale, è insuperabile. Si apposta al limite dell’area piccola, aspetta che quel missile di Podolski scenda leggermente e con un colpo di reni clamoroso lo manda in corner.
È la parata più bella del mondiale, fino a quel momento.
Nel giro di due minuti, succede il delirio.
Minuto 118, Pirlo cerca il gol dell’anno, con un sinistro velenoso da lontanissimo, ma Lehmann non si fa sorprendere e la manda in angolo.
Di solito, è proprio Pirlo a battere i corner, ma stavolta tocca ad Alex Del Piero.
Quello che segue è poesia.
Palla tagliata, messa fuori c’è Pirlo, Pirlo, Pirlo ancora, Pirlo di tacco… tiro… GOOOLLLL!!!
Fabio Caressa
Incredibile. Al minuto 119, a 60 secondi dai logoranti rigori, Fabio Grosso trova il gol più importante della carriera (fino a quel momento). Un gol incredibile, di estro, d’istinto, quasi ad occhi chiusi. Non ci crede nemmeno lui, che corre per il campo scuotendo la testa. È tutto vero, siamo in vantaggio contro i padroni di casa, a un minuto dai rigori.

Ma il meglio deve ancora venire.
Con la forza della disperazione la Germania tenta l’ultimo attacco, ma c’è un muro invalicabile di nome Fabio Cannavaro, che respinge tutto.
L’attacco tedesco si trasforma in un contropiede per noi: Totti lancia Gilardino, che non ha nessuna fretta di chiudere l’azione. Gilardino porta palla fino al limite dell’area, tanto il cronometro è dalla sua parte. Anche se dovesse perdere palla, non c’è tempo per andare di là.
Come un treno in corsa, partito dalla sua area, c’è Alex Del Piero.
Gilardino lo vede, non si sa come, ma lo vede e con un tocco delicatissimo, gli mette il pallone fra Lehmann e Metzelder.
Del Piero, che di destro è solito dipingere delle opere d’arte, apre l’interno, morbido come sempre, e la mette all’incrocio.

Chiudete le valigie! Andiamo a Berlino! Andiamo a Berlino! Andiamo a prenderci la coppa!
Fabio Caressa
Adesso è il momento.
9 Luglio 2006, Berlino.
Olympiastadion. Italia-Francia.
È il canto del cigno di uno dei più grandi numeri 10 della storia.
È la partita numero 798, nonché l’ultima, per il Berbero con gli occhi di ghiaccio, al secolo Zinedine Yazid Zidane, ma che tutto il mondo chiama Zizou.
Uno dei giocatori più belli, nonché più forti, degli ultimi 40 anni, ha annunciato il ritiro. Vada come vada, possibilmente con la Coppa, questa è la sua ultima partita da professionista.
Lippi schiera i soliti, Domenech pure.
L’arbitro è Horacio Elizondo, argentino di Buenos Aires, 42 anni, professore di educazione fisica. Gli assistenti sono Dario García e Rodolfo Otero, il quarto uomo è Luis Medina Cantalejo, quello del rigore contro l’Australia.
Pronti via, passano poco più di 5 minuti e la partita prende subito la piega sbagliata.
Malouda penetra in area, viene toccato da Materazzi e finisce giù.
Per Elizondo non ci sono dubbi, è rigore.
Col senno di poi, possiamo dire che fu abbastanza generoso, ma poco importa.
Dagli 11 metri chi si presenta? Zizou, ovviamente.
Potrebbe tirare in tutti i modi, ma sceglie quello più appariscente.
Cucchiaio velenosissimo, che batte contro la traversa, tocca la linea, batte di nuovo contro la traversa ed esce. Buffon è pronto a battere la rimessa, Zidane esulta, ma Elizondo per un attimo esita. Non gli è chiaro se la palla è rimbalzata aldiquà o aldilà della riga di porta, ha dovuto aspettare che il quarto uomo gli mandasse un segnale.

Indica il centrocampo, è gol.
Francia avanti dopo nemmeno dieci minuti.
Gli Azzurri subiscono il primo gol da un avversario in tutto il mondiale, ma non si abbattono.
Sanno che la Francia ha gli uomini per gestire il vantaggio e che solo pareggiando in tempi brevi si possa avere qualche chance.
Non passa nemmeno un quarto d’ora dal vantaggio, quando Camoranesi si conquista un corner, che lascia battere a Pirlo.
Pirlo, che dalla bandierina è una sentenza, la spedisce altissima in mezzo all’area.
Materazzi prende il tempo a Vieira e salta più in alto di tutti. La colpisce di testa e la manda alle spalle di Barthez.

Adesso comincia un’altra partita.
SIAMO ANCORA VIVI!
Fabio Caressa
In men che non si dica andiamo subito vicini al gol, grazie ad un’altra magica invenzione del Maestro Pirlo, che la mette precisa sulla testa di Toni: TRAVERSA.
Piano piano la Francia, che forse, presa nei singoli è più forte di noi, sale di intensità e di pericolosità.
Henry è dappertutto, la difesa in qualche modo tiene, ma si soffre.
La Francia pressa, spesso si trova ad un passo dal gol, ma di là c’è uno strepitoso Gigi Buffon, che arriva dappertutto.
Dopo un’ora, i primi cambi: Diarra prende il posto di Vieira, infortunato.
Noi togliamo Perrotta e Totti per De Rossi (rientrato in extremis dalla maxi squalifica per la gomitata a McBride) e Iaquinta.
A metà ripresa Toni, su punizione di Grosso, la mette dentro di testa.
L’esultanza viene strozzata sul nascere: Elizondo vede una posizione di partenza irregolare, è fuorigioco.
La parità ancora non ne vuol sapere di rompersi.
A dieci dalla fine Zidane cade male sulla spalla, accenna una smorfia di dolore e chiede il cambio. Domenech non ne vuol sapere e Zizou resta in campo.
Sul finire del secondo tempo, Lippi gioca l’ultima carta: fuori Camoranesi, dentro Del Piero mentre Domenech si tiene i cambi per gli imminenti supplementari.
Dopo due minuti di recupero e col risultato piantato sull’1-1, Elizondo manda tutti negli spogliatoi.
Si giocherà ancora mezz’ora.
Arrivati a questo punto, un errore può essere fatale.
Le strategie sono completamente diverse: gli Azzurri puntano sul collettivo, vogliono costruire la miglior azione possibile, mentre i Blues si affidano ai lampi di Titì Henry e Zizou.
Al 100’ Domenech toglie Ribery e mette David Trezeguet, spostando Henry a sinistra.
Sette minuti dopo è il turno di Henry, che esce per far posto a Wiltord.
Al 13’ del supplementare, l’occasione più grande della partita.
Zidane porta palla a centrocampo, allarga per Sagnol e si avvicina pericolosamente verso l’area. Sagnol controlla col sinistro, se la porta sul destro e spara un cross in mezzo, preciso sulla testa del suo capitano. Zizou vola, si coordina e incorna.
Tanti francesi esultano già. È un colpo di testa perfetto, imprendibile. In più gli Azzurri sono stanchi, non hanno più minuti nelle gambe. Un gol adesso significa alzare la Coppa. È il lieto fine del Capitano, che se ne va con due mondiali vinti su tre disputati.
Si tutto bello, ma di là c’è Buffon versione Superman.

Colpo di reni CLAMOROSO e palla in calcio d’angolo. Senza dubbio è la parata del mondiale e forse anche dell’anno.
Alla fine del primo supplementare, siamo ancora in parità.
Piccolo break e poi si riparte, per gli ultimi 15 e poi, forse, i rigori.
Al terzo minuto del secondo tempo supplementare, succede qualcosa di incredibile.
Mentre l’azione è addormentata a centrocampo, l’arbitro fischia all’improvviso.
Materazzi è in terra, rannicchiato, nei pressi della trequarti azzurra. Elizondo non ha idea di cosa sia successo, perché era da tutt’altra parte, ma qualcuno ha visto tutto.

Quel qualcuno è… Luis Medina Cantalejo, il quarto uomo, che avverte il collega argentino, che corre da Materazzi.
Intorno si raggruppano praticamente tutti e tutti chiedono spiegazioni.
Elizondo stesso, che non ha visto niente, chiede spiegazioni al quarto uomo, che dall’auricolare gli spiega la situazione.
Materazzi e Zidane stavano tornando insieme verso il centrocampo, poi si sono detti qualcosa, che il centrale dell’Inter spiegherà soltanto anni dopo. Qualcosa che ha fatto saltare i nervi di Zizou, che gli si mette davanti e gli rifila una testata in pieno petto.
Nel mentre, le immagini del gesto folle del numero 10, fanno il giro dello stadio in un attimo.
Elizondo, capita la situazione, non ha dubbi.
Si avvicina al capitano Blues e gli sventola un pesantissimo cartellino rosso in faccia.
Zizou non ha niente da dire, lo hanno visto settantamila persone. Si toglie la fascia dal braccio e si avvia sconsolato verso gli spogliatoi, passando accanto alla Coppa del Mondo ma senza degnarla nemmeno di uno sguardo.

Le speranze della Francia si spengono qui.
Nei restanti 10 minuti non succede praticamente niente.
Si va ai rigori.
Momenti di tensione, c’è da scegliere i primi 5, ma anche da escluderne uno per pareggiare i conti con l’espulsione di Zidane.
Gattuso si alza e va a e sedersi in panchina, di sua spontanea volontà.
Si rifiuta categoricamente di battere il rigore.
Il primo è Pirlo, l’uomo dai nervi d’acciaio.
Il secondo è Materazzi, che all’Inter ne ha battuti parecchi.
Il terzo è Daniele De Rossi, in segno di riconoscenza per esser sempre stato presente nonostante la squalifica.
C’è da sciogliere gli ultimi due nodi, Del Piero si offre per battere il quinto, ma Lippi, che il quinto rigore glielo ha assegnato in Finale di Champions dieci anni prima, non vuole rischiare che non lo batta per cause di forza maggiore e gli assegna il quarto.
Totti non c’era, ma c’era Iaquinta. C’erano anche Zambrotta e Cannavaro, ma che dagli 11 metri non sono quasi mai andati.
Poi d’improvviso, il lampo di genio.
Lippi si ricorda di chi lo ha portato fin lì.
Si ricorda del rigore contro l’Australia e del gol del vantaggio contro la Germania.
(Citazione) Fabio, tocca a te.
Fabio è Fabio Grosso, l’uomo dell’ultimo minuto, l’uomo della provvidenza.
Partiamo noi.
Pirlo contro Barthez.
Botta centrale, Barthez si tuffa. 1-0.

Risponde la Francia con Wiltord.
Wiltord contro Buffon.
Apre il destro, la manda all’angolo. Palla da un lato, portiere dall’altro. 1-1.
Tocca a Materazzi.
Rincorsa lunga, qualche passetto veloce, poi allunga e apre il mancino ad incrociare.
Barthez intuisce, ma non c’arriva. 2-1
David Trezeguet.
Contro il suo portiere, quel Gigi Buffon che da 6 anni gli fa patire le pene dell’inferno in allenamento alla Continassa.
Sceglie la potenza.
Calcia un bel rigore, sparando un missile di destro ad incrociare, ma la alza troppo.

Traversa, riga, fuori. Anche Zizou aveva preso la traversa, ma poi è rimbalzata dentro.
De Rossi.
Rientrato dopo aver saltato quasi tutto il mondiale per una gomitata.
Lippi gli affida il terzo rigore.

Destro forte ad incrociare, la manda all’incrocio.
Siamo avanti.
Domenech manda Abidal.
Non un gran goleador, ma un gran bel terzino.
Tranquillità estrema, rincorsa breve, mancino, gol.
Tre a due per noi.
Alex Del Piero.
Stavolta lo tira. Nel 96 l’errore di Jugovic gli negò la possibilità di segnarlo, stavolta nessuno gli impedirà di tirare.
Freddissimo, come sempre. Nervi saldi, destro forte ad incrociare, non altissimo. Barthez sbaglia angolo. 4-2.
Willy Sagnol.
Il terzino opposto ad Abidal, dai cui piedi è partito il cross che poteva consegnare la coppa alla francia.
Se sbaglia, siamo campioni del mondo.
E invece no, destro decentrato, Buffon spiazzato.
Gol.
Fabio Grosso.
29 anni, terzino sinistro del Palermo quinto in classifica.
Trequartista diventato terzino al
Perugia di Serse Cosmi.
La tensione sale, mentre posa il pallone sul dischetto.
Prende la rincorsa, Elizondo fischia.
Chissà cosa gli passa per la testa.
Gli occhi fissi verso Barthez, un sospiro per stemperare la tensione.
Lippi non vuol vedere.
Poi parte, si avvicina a piccoli passi verso il pallone, calcia di sinistro verso l’incrocio destro. Barthez si muove, ma va a sinistra. La retina si muove. Gol.

E allora diciamolo tutti insieme, tutti insieme, quattro volte: siamo campioni del mondo, campioni del Mondo, campioni del Mondo, campioni del Mondo!
Fabio Caressa
Nella notte di Berlino, 24 anni dopo il Mundial di Paolo Rossi, siamo campioni del mondo per la quarta volta.
Un trionfo insperato ma voluto, coltivato giorno dopo giorno a partire dal ritiro di Duisburg fino ad arrivare all’Olympiastadion, lo stadio voluto dal Führer per Berlino ‘36, dove si spensero i sogni dell’Arancia Meccanica, la grande Olanda di Johann Cruijff.
Stavolta non c’è un eroe nazionale come Bartali nel ‘48 o Pablito nell’82, stavolta c’è un gruppo, partito senza aspettative, che si è costruito il trionfo partita dopo partita, dal Ghana alla Germania, fino alla finale contro Zizou, spezzando la maledizione dei rigori di USA ‘94 e Francia ‘98.
Guardate dove siete, perché non ve lo dimenticherete mai! Guardate con chi siete, perché non ve lo dimenticherete mai!
Fabio Caressa
Alza la coppa, capitano! Alzala alta al cielo, capitano, perché questa è la coppa di tutti gli italiani! Perché oggi grazie a voi abbiamo vinto tutti! Alzala alta perché oggi è più bello essere italiani!
Fabio Caressa

Sono le 23:01 del 9 Luglio 2006 e l’Italia è campione del Mondo di calcio. Un saluto da Fabio Caressa e Beppe Bergomi.
Fabio Caressa

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