Un ragazzone poco più che ventenne, seduto in quello che sembra uno spogliatoio, espone verso il fotografo un foglio bianco col numero 100 scritto a penna. Ha l’aria stanca, ma non nega un sorriso a Paul Vathis, un ex marine di origine greca, diventato fotografo di fama internazionale una volta tornato dalla Guerra.
Quel ragazzo è Wilton Norman Chamberlain, ha 25 anni e gioca, anzi, domina, con la canotta dei Philadelphia Warriors. Ha appena segnato 100 punti in una partita NBA, migliorando il record all-time, già da lui detenuto.

Ma facciamo un passo indietro.
Come succedeva spesso all’epoca, per farsi pubblicità le franchigie giocavano qualche partita casalinga in un palazzo diverso. La sera del 2 Marzo 1962 gli Warriors, già sicuri di un posto ai playoff, giocano ad Hershey, una cittadina a 150km a Ovest da Philadelphia, contro i New York Knicks, ultimissimi in classifica a cinque gare dalla fine della RS.
Knicks che tra l’altro, devono fare a meno del loro centro titolare, Phil Jordon, alle prese con una sbronza epica fatta passare come influenza. Al suo posto giocherà Cleveland Buckner, rookie undersize scelto alla 51esima, che quella sera giocherà la miglior partita della carriera.
Nel classico shootaround pre partita, Wilt non sbaglia un canestro.
È solo il prologo di una serata irripetibile.
Nel primo quarto The Stilt segna, da solo, 23 punti, quasi quanto gli interi Knicks. A bersaglio vanno 7 tiri su 14 e 9 liberi su 9.
Quel 9/9 dalla lunetta è un segno del destino, per uno che in carriera naviga intorno al 51%.
All’intervallo lungo i punti saranno 41, mentre alla fine del terzo quarto siamo già quota 69.
Gli ultimi 12 minuti sono esattamente a metà tra la leggenda e la farsa: si gioca solo ed esclusivamente per arrivare a 100 punti.
I Knicks, già sicuri della sconfitta, per evitare a tutti i costi l’umiliazione, giocano possessi lunghi, sfruttando tutti e 24 i secondi a loro disposizione. In difesa invece, impotenti di fronte allo strapotere fisico di Wilt, fanno rifugio nel fallo sistematico prima che il pallone finisca nelle mani dell’ex Globetrotter.
Philadelphia risponde con la stessa arma: commettere fallo appena i Knicks toccano la palla, a costo di regalare giri in lunetta, pur di riguardagnare il possesso e servire The Big Dipper a centro area.
A 46 secondi dalla sirena, Joe Ruklick, l’ultimo dei panchinari, spedisce verso il pitturato l’ennesimo passaggio diretto a Wilt, che lo raccoglie e inchioda una schiacciata vibrante. 100.
Gli applausi, che fino a quel momento hanno accompagnato ogni canestro, lasciano spazio ad un’invasione di campo. 36 canestri dal campo e 28 tiri liberi a segno (su 32 tentati) fanno 100 punti, a cui vanno aggiunti 25 rimbalzi, 2 assist e innumerevoli stoppate, che all’epoca non finivano nei tabellini.
Dopo 48 minuti a inseguire il record, Harvey Pollack, l’unico giornalista presente quella sera, prende un foglio bianco, ci scrive il numero 100 e lo mette in mano a Wilt.
E pensare che Paul Vathis, il fotografo che immortala la scena, non è lì per lavoro, ma per accompagnare il figlio a vedere il leggendario The Stilt.
Lo scatto, insieme al tabellino aggiornato punto dopo punto da Pollack e alla radiocronaca, è l’unica testimonianza della notte dei record.

Record che, a distanza di 62 anni, è ancora lì. Kobe ha toccato quota 81, in tanti sono arrivati a 70, ma nessuno è mai riuscito a spodestare Wilt dal suo trono e forse, nessuno mai ci riuscirà.


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