
Ci sono stati anni in cui, a Torino, non era la Juventus a dominare, ma l’altra sponda, il Toro. I granata hanno avuto un momento di grande splendore calcistico nel secondo dopoguerra. Una squadra quasi imbattibile (soprannominata “Il Grande Torino”) e dico quasi, perché solo un avversario li spazzó via, come dice una frase famosa: il Fato, il destino. Questa è la storia di una squadra che, nonostante siano passati più di 70 anni, viene ancora ricordata a dovere.
1939: SI GETTANO LE BASI PER IL “GRANDE TORINO”
Nel 1939 Ferruccio Novo acquisisce il club e, seguendo il modello delle squadre inglesi del tempo, riorganizzó l’assetto societario e sportivo. L’allenatore scelto dal presidente del club è Ernest Egri Erbstein (che negli anni successivi ricoprirá incarichi da ufficio, ad esempio direttore tecnico), rilevato dalla Lucchese e che, già da un anno, lavorava illegalmente. Nel 1938 infatti vennero promulgate le “leggi razziali” ed Erbstein, essendo di origine ebrea, non poteva avere alcun incarico di lavoro in Italia.
Il primo acquisto fu Franco Ossola, giovane attaccante, il quale si rivelerà un grande bomber. Nel 1940 l’Italia fascista entrò in guerra ma la scelta di Mussolini sorprese tutti: “i calciatori servono più sui campi da calcio che su quelli di battaglia”, così il campionato poté iniziare regolarmente. Il Torino acquistò diversi giocatori che andarono a comporre la futura rosa. Arrivarono giocatori di grande spessore come Ferraris, campione del mondo 1938 con l’Italia, Bodoira, Menti, Gabetto, Borel ma, soprattutto, nel 1942 arrivano i due perni della squadra che poi sarà: Mazzola e Loik dal Venezia.
IL TORO INIZIA A VINCERE
Nella stagione 1942/43 arriva il primo scudetto della gestione Novo, dopo una lotta scudetto con il Livorno. I granata vincono anche la Coppa Italia (4-0 contro il Venezia), realizzando il primo “double” della storia italiana.
A seguito della divisione in due dell’Italia durante la Guerra Civile (al Nord della linea gotica c’era la Repubblica Sociale Italiana con i nazifascisti mentre al Sud il Regno d’Italia liberato dagli Alleati) i campionati si interruppero e, alla ripresa, nel 1945, venne disputato l’ultimo campionato con più gironi (due per l’esattezza), il quale era però, almeno inizialmente, senza squadre del centro-sud perché in quelle zone la situazione era molto più complessa. Il Torino, forte anche dello scudetto sul petto e rinforzato dagli acquisti di Bacigalupo, Bellerin, Maroso, Rigamonti e Castigliano, arrivò primo davanti all’Inter nel proprio girone, qualificandosi alla fase finale.
Fase finale nella quale incontrò Napoli, Roma e Pro Livorno, sconfiggendole tutte e tre con risultati tennistici: 7-1 ai partenopei, 0-7 ai giallorossi e 9-1 ai livornesi. Quest’ultima vittoria permise al Torino di scavalcare la Juventus all’ultima giornata, vincendo il suo secondo scudetto di fila.
IL QUARTO D’ORA GRANATA
Immaginate che la vostra squadra, prima in classifica, stia giocando lentamente e che non stia sfruttando le proprie capacità. Ad un certo punto, quella squadra, sente un suono, il capitano della si rimbocca le maniche e, da quel momento, cambi tutto, i giocatori che vanno a mille e gli avversari non hanno scampo.
Tutto ciò accadeva al Torino di quegli anni. Nelle partite giocate in casa contro squadre considerate “minori” dai granata: i giocatori del Toro si rilassavano e succedeva che prendessero gol. Ad un quarto d’ora dalla fine però si sentiva la tromba di un certo Oreste Bolmida. Al sentire della tromba, Mazzola, come per dare un segnale di battaglia, si rimboccava le maniche e da quel momento in poi il Torino arrivava anche a segnare 5/6 gol. Un caso lo si ebbe nella partita contro la Roma, in cui il Toro era avanti 0-1 seppur giocando male, al suono della tromba, però, i granata iniziarono a giocare come sapevano fare e la partita si concluse con un sonoro 0-7 in favore del Torino. Questa usanza iniziò nel 1946 e continuò ininterrottamente.

ALTRE VITTORIE IN CAMPIONATO E I VARI RECORD
La squadra di Novo vinse per altre due stagioni consecutive il campionato: nel 1947 e nel 1948. Nella stagione 1946/47 i granata stabilirono altri due record storici come otto cleen-sheet in otto partite di campionato e i 104 gol segnati alla fine della stagione 1946/47 (record mai eguagliato, se non dal Torino stesso), con risultati storici come il 7-1 alla Roma, il 5-0 all’Inter ma, soprattutto, il 10-0 all’Alessandria, che valse il record di reti segnate da una squadra in una partita di Serie A a girone unico. Nelle ultime 13 partite del campionato 1947/48 poi il Torino ottenne 25 punti su 26 disponibili (tra cui una super rimonta da 0-3 a 4-3 contro la Lazio), 16 punti di vantaggio sulla seconda e record, già di appartenenza, superato grazie ai 125 gol messi a segno.
LA NAZIONALE “GRANATA”
In quegli anni dominati dal Torino la Nazionale Italiana ne usufruì molto, più della metà della rosa titolare faceva infatti parte della squadra torinese. In una partita contro l’Ungheria nel 1947 si arrivò al record di 10/11 di giocatori del Torino in campo per l’Italia, un altro record fin’ora imbattuto, di seguito la formazione:
Italia: Sentimenti (Juventus), Ballarin (Torino), Maroso (Torino), Grezar (Torino), Rigamonti (Torino), Castigliano (Torino), Menti (Torino), Voik (Torino), Gabetto (Torino), Mazzola (Torino), Ferraris (Torino)
Con questa squadra l’Italia battè 3-2 la grande Ungheria e si qualificò, successivamente, al Mondiale di Brasile ’50 come una delle favorite per la vittoria del torneo.

L’AMICHEVOLE MALEDETTA E LA TRAGEDIA
Maggio 1949: il Torino ha vinto il suo quinto campionato di fila e, prima della penultima giornata, a campionato già deciso, viene invitato dal Benfica a disputare un’amichevole in Portogallo.
Inizialmente però non erano stati invitati i granata ma i rossoblù del Bologna, per una questione di immagine ed incassi però, il presidente del club portoghese cambiò idea, invitando la squadra di Ferruccio Novo. La sfida viene inoltre organizzata per l’accordo tra i capitani delle due squadre (Benfica e Torino) dopo un Portogallo-Italia, nonostante Mazzola avesse la febbre, decise infatti di giocare per rispettare il patto. Il 3 maggio 1949 va in scena la grande sfida e a prevalere sono i lusitani per 4-3 grazie alle reti di Melao (doppietta), Rogerio e Arsenio mentre per il Torino segnano Ossola, Bongiorni e Menti.
Il giorno dopo è giá tempo di tornare a Torino e il viaggio prosegue bene, fino a quando non si consuma la tragedia: alle ore 17:05 di mercoledì 4 maggio, il pilota dell’aereo, offuscato dalla nebbia, mentre va verso l’aeroporto di Caselle, non si accorge che sta andando dritto alla Basilica di Superga e la vede solo quando non può più fare nulla. L’impatto è violentissimo e spezza in due l’aereo: nessuno dei 31 passeggeri sopravvive. In una manciata di minuti una delle squadre più forti di sempre viene spazzata via. Non da un avversaria sul campo, ma da un avversario imbattibile: il Fato.

IL DOPO SUPERGA
Affrontare il dopo Superga per il Torino fu molto difficoltoso. Per la stagione 1949/50 Ferruccio Novo decise di puntare molto sulla primavera, non facendo però mancare diversi acquisti, tra cui Santos (autore di 27 reti). La squadra arrivó sesta. Dalla stagione successiva però iniziò il periodo buio dei granata che culminò con la retrocessione nel 1959, a dieci anni di distanza dalla tragedia di Superga.
Per la Nazionale invece il periodo buio arrivò già dai Mondiali successivi, “grazie” anche ad una storia tragicomica: per i Mondiali in Brasile del 1950 la Nazionale, memore della tragedia dell’anno prima, partì con la nave per andare nell’Oltreoceano. Tutti i palloni che ci portammo si dispersero in mare e, negli ultimi giorni, i giocatori si allenarono senza palloni. Nenche a dire che, da favoriti, venimmo eliminati giá nella fase a gironi.
CONCLUSIONI
Parlare di quanto sia importante, anche se nel dolore, questo evento, che ha segnato un’era nella storia del Torino, del calcio italiano ed internazionale.
Un evento così significante che la “Giornata Mondiale del Calcio”, viene istituita proprio il 4 maggio, anche per ricordare la tragedia. Si può però anche, alternativamente, parlare del fatto che il figlio di Mazzola, Sandro, sia diventato poi uno dei giocatori italiani più forti di sempre, prendendosi così una piccola rivincita verso il destino, lo stesso che aveva colpito il padre e l’intera squadra del Torino.
Il modo migliore per terminare questo articolo è però questa citazione tanto significativa riguardante il “Grande Torino”:
Forse era troppo meravigliosa questa squadra perché invecchiasse. Forse il destino voleva arrestarla nel culmine della sua bellezza.
Carlo Bergoglio “Carlin”

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