15 Aprile 1956 – Tanti auguri Coop

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9 Giugno 1978.

Hotel Plaza, New York City.

Draft NBA.

Per la prima volta nella storia, un cestista non statunitense viene chiamato alla numero 1: è Mychal Thompson, centro bahamense proveniente da University of Minnesota, che otto anni dopo andrà ai Lakers per fare il secondo a Kareem. E proprio a Los Angeles nasceranno i primi due figli: Mychel, che vanta appena 5 presenze in NBA, e Klay, che di presenze ne conta oltre 700 condite da ben quattro anelli.

I botti non sono ancora terminati:

I Boston Celtics, padroni della pick numero 6, chiamano Larry Bird, il fenomeno di Indiana State.

Per molti il draft potrebbe tranquillamente finire qua, ma prima di chiudere è doveroso ricordare altre due scelte: alla 36 i Philadelphia 76ers chiamano Maurice Cheeks, che nel 1983 alzerà al cielo il Larry O’Brien insieme a Julius Erving e Moses Malone. Mentre, praticamente da ultimo, con la chiamata numero 60 su 66, i Lakers scelgono Michael Jerome Cooper, una smilza guardia losangelina proveniente dai New Mexico Lobos.

I Lakers della seconda metà degli anni ‘70 sono in piena transizione: è finita l’epoca di Jerry West, che dal campo si è spostato prima in panchina e poi dietro la scrivania. Anche Elgin Baylor e Wilt Chamberlain, gli stoici eroi della finale del 1969 persa al Forum contro i rivali di sempre, si erano ritirati. È iniziato un nuovo ciclo a L.A, con Norm Nixon, Jamaal Wilkes e Kareem Abdul Jabbar. A questi, nell’estate del 1979 si aggiunge Magic Johnson.

Quando Michael Cooper arriva in quel di Los Angeles gli viene sostanzialmente detto che per lui non c’è posto. Sono troppe le opzioni offensive a disposizione di Mr Logo per lasciare spazio al nuovo arrivato, che per rimanere a roster deve sapersi reinventare.

Il primo anno gioca a malapena tre partite per un totale di meno di dieci minuti in tutto il campionato, ma quando arriva Magic, tutto cambia. Il basket run-and-gun, fatto di velocissimi contropiedi, sembra cucito su misura per Cooper, che sfrutta le sue doti atletiche da ex saltatore in alto per volare al ferro sui lob di Magic.

Le sue doti atletiche, combinate ad un talento offensivo buono ma non eccellente, lo spingono a lavorare, ogni giorno sempre di più, sulla fase difensiva, portandolo a farsi carico del miglior giocatore avversario.

Anche MJ, prima di diventare quel che tutti conosciamo, è dovuto passare sul corpo di Coop. E no, non è stato facile.

La nuova lineup gialloviola prevede Magic e Nixon in quintetto insieme a Jamaal Wilkes, Jim Chones e Kareem, con Coop sesto uomo.

L’esordio in quintetto arriva proprio quando meno se lo aspetta: il 16 Maggio 1980, Gara 6 delle Finals, al The Spectrum di Philadelphia.

Kareem è gigantesco in Gara 5, ma sul finire si fa male ad una caviglia. Il suo posto, nella partita decisiva, lo prende Magic, con Cooper che scala in quintetto. La storia la sapete: il 32 gioca una partita leggendaria da 42 punti, 15 rimbalzi, 7 assist, 3 recuperi e 1 stoppata. Il tabellino di Mike dice 16 punti, 4 rimbalzi, 6 assist e 2 recuperi, più una marcatura asfissiante praticamente su tutti.

I Lakers hanno scoperto uno dei primi esempi di quelli che oggi chiamiamo 3&D: difesa massacrante e tiri pesanti. Il 1980 è l’inizio dello showtime, l’epoca dello spettacolo, delle Lakergirls, delle luci e della musica del Forum di Inglewood. Nel 1984, dopo un decennio di tranquillità, si accende una vecchia fiamma e divampa, nuovamente, la rivalità coi Boston Celtics. Il mondo ricco, pop e glamour di L.A contro la classe operaia, bianca e ruvida, di Boston.

Difesa e giocate d’astuzia, ma anche triple pesantissime. Nacque così il prototipo del 3&D moderno.

Qui, le strade di Larry Bird e Michael Cooper, si riuniscono, dopo essere stati draftati entrambi quel 9 Giugno 1978.

Quando Lakers e Celtics si affrontano alle finals del 1984, Pat Riley, un po’ come Bearzot con Gentile alla vigilia di Italia-Argentina, prende il suo numero 21 da parte e lo istruisce con un solo comando: “seguilo dappertutto”.

Mike si accoppia a Bird, che in quegli anni è al suo massimo splendore, e non lo molla un attimo.

La difesa su Larry diventa un ossessione: Coop costruisce un personalissimo archivio di partite dei Celtics registrate in VHS e passa intere notti a studiare, azione dopo azione, tutte le movenze dell’uomo da French Lick.

Il primo round va a Boston, ma il rematch dell’anno successivo è il capolavoro losangelino: Coop diventa l’ombra di Larry, lo segue ovunque, lo raddoppia costantemente e non gli lascia spazio neanche per respirare.

Larry è più alto e più grosso, ma difendere su di lui è una missione umanitaria.

Quando, nel 1987, le due corazzate si sfidano per il terzo e ultimo atto, Michael Cooper, fresco del premio di difensore dell’anno, fa letteralmente impazzire Bird, tenendolo sotto il 40% per le tre partite decisive.

Abnegazione, costanza, atletismo e fame di vittoria sono le chiavi di una decennale storia d’amore a tinte gialloviola, conclusasi naturalmente con l’arrivo del nuovo decennio. Proprio nel 1990, una volta scaduto il contratto coi Lakers, Coop decide di volare dall’altra parte dell’oceano, dalla città degli angeli alla città Eterna. Nell’anno che lo portava verso i 34 si è regalato una stagione in Serie A con la maglia della Virtus Roma, giusto in tempo per vedere il miracolo della Juvecaserta.

Il 15 Aprile 1966 a Pasadena, a mezz’ora di macchina dal Forum di Inglewood, nasceva Michael Jerome Cooper, per tutti semplicemente Coop, l’uomo che fece impazzire Larry Bird.

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