La mattina del 7 Novembre 1991 una voce rimbalza fra i giornalisti della Los Angeles gialloviola. Alle 14, al Forum di Inglewood, la più bella e famosa arena sportiva che la storia ricordi, ci sarà una conferenza stampa a sorpresa.
Riguarda Magic, dicono i media.
È qualcosa di grave, sicuramente, perché Magic non si vede da una settimana.
Magic, che al secolo è Earvin Johnson Jr, è il più grande playmaker, nel senso più puro del termine, che sia mai passato per il pianeta terra.
La sua storia si intreccia con quella dei Los Angeles Lakers in una sera di fine giugno di dodici anni prima, quando dal palco del Madison Square Garden, il commissioner Larry O’Brien (si, quello a cui oggi è dedicato il trofeo) annuncia il suo nome.
Quando arriva ai Lakers, la squadra ha già un leader, ed è Kareem Abdul Jabbar, non uno qualsiasi. Magic non ha nemmeno 20 anni, vive col sorriso stampato in faccia, ha appena coronato il sogno di milioni di bambini ed ha una voglia matta di spaccare il mondo. Kareem, invece, ha già scollinato i trenta e ora più che mai, è un uomo di poche parole. Leader sì, ma silenzioso. L’entusiasmo contagioso del nuovo arrivato inizialmente non fa breccia, ma piano piano, anche il duro Kareem si lascerà trasportare dall’energia di Magic.

Nel preciso istante in cui, per la prima volta, il giovane Earvin, varca la soglia del Forum, inizia una nuova era. È lo showtime, il movimento che trascinerà l’NBA fuori dai guai e la porterà per mano fino all’epoca di Michael Jeffrey Jordan.
Alla guida di tutto c’è Pat Riley che coi suoi completi firmati da Armani e il suo gioco veloce, imprevedibile e spettacolare, fa saltare tutti dalla sedia.
Il grande rivale di Magic è, fin dal college, tale Larry Joe Bird, stella dei Boston Celtics.

I Lakers sono la quintessenza del glamour, mentre i Celtics sono duri, poco inclini agli scherzi e tremendamente inclini alla praticità.
In tutti gli anni 80, i Lakers e i Celtics si spartiranno 8 dei 10 titoli disponibili.
Ma torniamo al 7 Novembre 1991.
Alle 14 in punto, Magic, senza il suo classico sorriso smagliante, si presenta ai giornalisti venuti di corsa al Forum. In breve, annuncia che la sua carriera da giocare di basket terminerà in quegli istanti. Perché? Perché è sieropositivo. Magic Johnson ha l’HIV.
Avere l’HIV nell’America dei primi anni ‘90 significava automaticamente avere l’AIDS e quindi andare in contro a morte certa nel giro di 4 o 5 anni.
I primi a saperlo, però, non sono i giornalisti e nemmeno i compagni di squadra, ma una cerchia ristretta di amici: Michael Jordan, Isiah Thomas, il coach Pat Riley e.. Larry Bird. Si proprio quel Larry Bird tanto odiato in campo, con il quale poi è nata un’amicizia incredibile.
Quello che parla ai microfoni del Forum non è il Magic dei passaggi no look, dei contropiedi fulminanti, è Magic uomo, denudato di fronte alle debolezze.
Earvin chiede scusa a tutti, soprattutto alla moglie Cookie, che per fortuna non ha contagiato, ma che spesso ha tradito durante gli anni dello showtime. L’atmosfera è lugubre, accanto all’ormai ex numero 32 ci sono seduti il commissioner David Stern, Jerry West nonché l’architetto di quella incredibile squadra e Kareem Abdul Jabbar, il taciturno capitano, tutti in rigoroso silenzio, quasi con le lacrime agli occhi.

Magic non si fa tradire dalla paura e rassicura i presenti che avere l’HIV non significa essere malati di AIDS e che nei suoi piani futuri c’è quello di sensibilizzare una malattia tanto diffusa quanto sconosciuta. Per la prima volta, un personaggio così famoso ed influente, smascherava la malattia dei gay, facendo capire a tutti l’importanza di starci attenti.
Il nativo di Lansing tenta di rincuorare tutti, presenti e non, ma due settimane dopo l’AIDS miete un’altra vittima famosa. Stavolta tocca a Farrokh Bulsara, una delle voci più belle di sempre, che il mondo conosce col suo nome britannico, Freddie Mercury, che dopo quattro anni perde la sua battaglia. Lui che fino all’ultimo aveva cercato di tenere tutti all’oscuro, svelando al mondo il suo male soltanto ventiquattro ore prima.
Magic lascia immediatamente i Lakers e il basket per proteggere chi gli sta intorno, però, come diceva Freddie, the show must go on.
Eh già, la vita va avanti anche senza pallacanestro, ma quando ai palazzetti iniziano a circolare le prime schede per le votazioni per chi andrà all’All Star Game, il più votato dai tifosi è Magic.
Il popolo ha deciso e la NBA, in via del tutto eccezionale, fa uno strappo alla regola.
Il 9 Febbraio 1992, 94 giorni dopo lo sconvolgente ritiro, Magic torna in campo, per l’All Star Game di Orlando.
In Italia è notte fonda, siamo agli albori delle trasmissioni NBA e a rendere il tutto più poetico (come se non lo fosse già) c’è l’inconfondibile accento americano di Dan Peterson. Magic gioca ventinove minuti di puro divertimento e dipinge pallacanestro come se fosse un quadro di Monet. Alla fine il tabellino recita 25 punti, 5 rimbalzi e 9 assist. MVP.

Sull’onda dell’entusiasmo, in estate accetta la chiamata di Chuck Daly e vola a Barcellona col Dream Team, dove darà spettacolo come ai tempi dello showtime. D’altronde, it’s a kind of Magic, come cantava Freddie Mercury.

Lascia un commento