Correva il giorno 18 giugno 1946: nasce Fabio Capello, voce del verbo vincere

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La storia di Fabio Capello, nato a Pieris, all’epoca in provincia di Trieste, il 18 giugno 1946, inizia con un rifiuto al Milan. Poi vestirà rossonero sulla soglia dei 30 anni, ma a questo arriveremo più tardi.

HO GIÀ DATO LA MIA PAROLA ALLA SPAL, GIPO…

Torniamo a quel rifiuto. Fabio ha sedici anni. Va a scuola, gioca a calcio, e ci sa fare. Gioca nella squadra locale, il Pieris, ed è qui che viene notato dal presidente della Spal Paolo Mazza. Che senza pensarci più di tanto mette sul piatto 2 miliardi di lire per accaparrarsi il talentuoso centrocampista. Ed è stato lesto il buon Paolo, perché ha anticipato tutti, soprattutto il Milan, che lo vorrebbe tanto comprare. E non è un caso che il grande Gipo Viani si presentò, lontano dai riflettori, a casa Capello per convincerlo di sposare la causa rossonera. Ma tra un bicchiere di vino e l’altro, niente accordo. È il papà di Fabio, Guerrino, ad accompagnare gentilmente alla porta Viani: “ho già dato la mia parola alla Spal. La mia parola”. Un calcio semplice, genuino. Semplicemente d’altri tempi.

DA FERRARA A TORINO, PASSANDO PER ROMA

Trascorse dunque due anni nelle giovanili della Spal, ma ben presto, a 19 anni, divenne un punto fisso della prima squadra, disputando con la casacca bianco azzurra due campionati di Serie A. Era un centrocampista tutto tondo: lì in mezzo al campo dettava i tempi, amministrava il gioco con semplicità, calma ed un’intelligenza tattica apprezzata da tutti. E poi, era duro a morire. Lottava, spronava i compagni, era un punto di riferimento tecnico ed emotivo capace, sin dalla giovane età, di contraddistinguersi per la sua personalità.

Nell’estate del 1967 viene ceduto alla Roma. Anche qui, come a Ferrara, un infortunio lo tiene fermo a lungo e nel primo anno giallorosso non riesce ad esprimersi al meglio, mentre la stagione seguente, con l’arrivo di Helenio Herrera in panchina, sarà tutta un’altra storia, e Capello vincerà il suo primo trofeo, la Coppa Italia. Alla fine del terzo anno ai piedi del Colosseo, il nuovo presidente Alvaro Marchini decide di cederlo, scatenando l’ira dei tifosi. Che non servirà a nulla: Capello, nel 1970, passa alla Juventus, rivelandosi colonna portante del centrocampo bianconero per sei stagioni, arricchite dalla vittoria di quattro campionati italiani, ma anche dalla sconfitta, nel 1973, in finale di Coppa dei campioni contro l’Ajax per 1-0.

SUCCESSO GARANTITO

«Quando si arrabbia sono pochi quelli che osano guardarlo negli occhi, e se ti offre una possibilità e tu non la sfrutti puoi anche andare a vendere salsicce fuori dallo stadio. Nessuno va da lui a parlargli dei suoi problemi. Capello non è tuo amico. Non chiacchiera con i giocatori, non a quel modo. Lui è il sergente di ferro, e quando ti chiama in genere non è un buon segno. D’altro canto non puoi mai sapere. Lui distrugge e costruisce». Ecco, questo è il Fabio Capello allenatore, spiegato in breve da Zlatan Ibrahimovic. La caratteristica che lo rese unico è la sua personalità. Forte, carismatica, diretta. Un sergente di ferro che sapeva sempre come tirare fuori il meglio dai suoi giocatori, prima dal lato umano e poi sportivo. E soprattutto, sapeva sempre come vincere. Con tutto e tutti, ovunque e sempre. Ha saputo gestire grandi campioni, e condurli al successo. Con il Milan vince quattro campionati, tre supercoppe italiane, una Supercoppa UEFA e una Coppa dei campioni. Poi riporta la Roma sul trono d’Italia. Prima del passaggio al Real, dove diventa Don Fabio, vincendo due campionati. Alla Juventus, nel caos calciopoli, gli verranno revocati due scudetti. Infine, due esperienze, effimere, con la nazionale inglese e quella russa prima di chiudere una carriera semplicemente leggendaria in Cina, allo Jiangsu Suning.

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