Sarti; Magnini, Rosetta, Cervato; Chiappella, Segato, Montuori, Gratton; Julinho, Virgili, Prini.
Ancora oggi, a distanza di quasi settant’anni, quegli undici eroi vengono elencati uno per uno, come se fosse una terzina dantesca, da chi quei giorni li ha vissuti sulla propria pelle.
Era il 6 Maggio 1956 quando, per la prima volta, veniva rotta l’egemonia delle grandi del nord.
Una cavalcata trionfale, uno scudetto mai realmente in discussione dalla prima all’ultima giornata.
Il cammino della Fiorentina, però, inizia ben tre anni prima, quando il presidente Enrico Befani affida la panchina ad un genio del pallone, Fulvio Bernardini, maestro della tattica e adoratore del bel gioco.
Tassello dopo tassello sta nascendo una grande Fiorentina, ma senza l’anello di congiunzione tra una bella squadra e una grande squadra. Il pezzo mancante nello scacchiere del Dottor Bernardini fu individuato durante il mondiale svizzero del 1954. Era Júlio Botelho, detto Julinho, l’ala destra del Brasile. A detta di Bernardini, il non plus ultra dei numeri 7: veloce, tecnico ed estremamente intelligente.
Insieme al fenomeno brasiliano, nell’estate del 1955 arriva a Firenze un altro sudamericano, più precisamente un italo-argentino. È Miguel Ángel Montuori, poliedrico numero 10 arrivato a Firenze sotto consiglio di un prete, tale Padre Volpi.

Le ambizioni ci sono, ma le aspettative dei tifosi non decollano. La squadra gioca bene, di giocatori validi ce ne sono diversi, ma sembra che si possa far poco meglio del quinto posto dell’annata precedente.
Si comincia il 18 Settembre, in casa della Pro Patria, con un modestissimo 2-2.
Pronti via e Claudio Bizzarri, che con Virgili e Julinho componeva il tridente offensivo, si fa male.
Bernardini inizialmente lo sostituisce con Bruno Mazza, inserendolo in mediana al posto di Gratton, con quest’ultimo in attacco al posto del malcapitato Bizzarri, ma la situazione rimaneva altalenante.
Un sonoro 4-0 in casa della Juve, poi un amaro 0-0 a Firenze con un Inter tutt’altro che imbattibile. Ed è qui che Bernardini gioca una delle sue carte: fuori Mazza, dentro Maurilio Prini, un faticatore, uno dei primi esempi di quell’ala tornante che tanto andrà di moda negli anni 70, resa celebre dal Mago Herrera nella sua Grande Inter.
La vittoria nel derby col Bologna, datata 16 Ottobre 1955, è il reale inizio della cavalcata vincente.
Lasciate perdere gli schemi e le rigorose geometrie del calcio italiano, la Fiorentina di Bernardini spruzza fantasia, innovazione e velocità.
Di novità non c’è solo l’ala tornante, ma anche i terzini con caratteristiche opposte l’uno dall’altro: il destro, Ardico Magnini, con compiti prettamente difensivi, mentre il sinistro, Sergio Cervato, fu il primo esempio di terzino fluidificante, antecedento di una decina d’anni Giacinto Facchetti.
I movimenti a catena che si vanno ad innescare uno dopo l’altro in automatico, lanciano la Viola verso un tricolore tanto bramato quanto inaspettato.
La Fiorentina sembra imbattibile, non perde mai e giornata dopo giornata, il distacco dal Milan si fa sempre più ampio.
Il 15 Aprile l’affondo decisivo: il Milan arriva a Firenze per riaprire la lotta scudetto, ma al Comunale non c’è storia, la Fiorentina vince 3-0, con gol di Prini e doppietta del solito Virgili.
Tre settimane dopo, il 6 Maggio, il primo match point per i ragazzi di Bernardini.
Il Milan non va oltre un modesto 0-0 in casa della Juventus, mentre la Fiorentina si accontenta di un punto a Trieste.
Un punto che però, vale una stagione.
La matematica non sbaglia: la Viola è campione d’Italia.

“Torneremo a esser campioni, come nel ‘56”

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