Correva il giorno 3 Maggio 2011 – Derrick Rose vince l’MVP

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3 Maggio 2011, a 23 anni ancora non compiuti, Derrick Rose viene eletto MVP. È il più giovane della storia e il secondo ed ultimo Bulls dopo un certo Michael Jordan.

Quell’anno, Derrick ha le idee chiare fin da subito. Vuole sbaragliare la concorrenza, vuole iscrivere il suo nome accanto a quello di LeBron James nell’albo d’oro chi, almeno una volta, ha vinto un MVP. Ai microfoni del Media Day chiede, retoricamente, ai giornalisti perché non potrebbe essere l’MVP della lega.

Rose si è messo in testa di voler vincere l’MVP e, a suon di accelerazioni e ripartenze clamorose, la lega si inchina al figlio della Windy City.

D-Rose riceve l’MVP dalle mani del commissioner David Stern: è il 3 Aprile 2011.

È un mix letale di velocità ed elevazione, con un ball handling e una visione di gioco degna dei migliori playmaker della lega. Nell’uno contro uno è letteralmente immarcabile, cosa che fa divertire da matti il pubblico.

La Rose-Mania investe prima Chicago, poi tutta l’America, il ragazzo è il talento più cristallino che l’Univeristà di Memphis abbia mai prodotto e, indubbiamente, uno dei migliori prodotti di tutta la storia della NCAA.

La stella sembrerebbe destinata a brillare a lungo, ma la Dea della fortuna gli volta le spalle. L’ascesa, potenzialmente illimitata, del ragazzo di Englewood, viene terribilmente interrotta sul parquet dello United Center in una sera di fine aprile.

Quel giorno a Chicago si gioca gara 1 del primo turno dei playoff contro i Philadelphia 76ers. A fine quarto periodo la partita pende abbondantemente verso i Bulls e Rose ne ha già messi più di venti. Sul +12 a meno di un minuto e mezzo dalla fine, Coach Thibodeau potrebbe richiamare in panchina la sua stella per farla rifiatare, ma probabilmente per fargli riprendere confidenza col parquet dopo una stagione travagliata, Rose resta in campo.

1:26 alla fine, 99-87 per Chicago, Rose punta Spencer Hawes e gli salta in testa per appoggiare al ferro, ma quando appoggia le gambe in terra, il ginocchio sinistro fa crack. Cala il silenzio sullo United Center. Rose è in lacrime, è distrutto come il suo ginocchio.

Il ginocchio si gira in maniera innaturale e il silenzio conquista tutta l’arena.

Chicago vince la partita per inerzia, ma senza la sua stella crolla psicologicamente e perde la serie.

Intanto, arriva la diagnosi, che è glaciale. Rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. Per rivederlo sul parquet in condizioni accettabili ci vorranno dagli 8 ai 12 mesi, salvo complicazioni.

È il 28 Aprile 2012, 361 giorni dopo l’incoronazione a MVP della NBA.

Durante tutta la stagione successiva, nell’aria si percepisce l’odore del ritorno. Sembra che Derrick Rose potrebbe tornare da un momento all’altro, ma non lo farà, nonostante una colossale campagna pubblicitaria messa in piedi da Adidas.

Si rivedrà in campo soltanto all’inizio della stagione 2013-2014, ma dopo appena dieci partite, l’altro ginocchio fra crack. Stavolta è il menisco a saltare. Stagione finita, di nuovo.

A 22 anni aveva il mondo ai suoi piedi, a 25 si trova con un ginocchio sbriciolato e un altro semi distrutto.

Nei successivi due anni trova discreta continuità, giocando 51 partite al rientro e 66 l’anno dopo, ma ormai è chiaro a tutti che quell’esplosività che lo aveva caratterizzato nell’annata da MVP, è solo un lontano ricordo.

La speranza che, da un giorno all’altro, il figlio della Windy City ritorni quello del 2011, va in frantumi nell’estate del 2016, con la trade che lo porta ai New York Knicks.

La disperazione di Rose dopo aver ricevuto la notizia della trade

Lontano dai Bulls roverà una seconda vita, decisamente più tranquillo. Meno accelerazioni improvvise, meno schiacciate in testa agli avversari, ma più tiri lontano dal ferro. Lontano dai riflettori, ma col cuore sempre lì, nella sua Chicago, dove è nato, dove è cresciuto e dove si è arenato il più grande “What If” della storia della National Basket Association.

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