Correva il giorno 8 febbraio 1966: nasce Hristo Stoickov, la pigra letalità del genio di Plovdiv

Published by

on

“Oggi Dio ha confermato di essere bulgaro”. Questo era il suo motto preferito, un mantra che lo ha accompagnato per tutta la sua carriera. Una carriera leggendaria, che lo ha consegnato all’Olimpo del calcio, consacrandolo a divinità: un vero e proprio Dio bulgaro, l’unico ed inimitabile, capace di trascinare il suo Paese, la sua nazionale, ai migliori risultati calcistici della sua storia, come quel quarto posto conquistato ai mondiali del 94. Un simbolo, un’icona, un fuoriclasse fuori dagli schemi. 866 partite, 390 gol: tanti auguri a Hristo Stoickov, la pigra letalità del genio di Plovdiv.

GLI INIZI IN PATRIA

Genio e sregolatezza, estro, potenza, fantasia e sana follia. Un talento incredibile e meravigliosamente mancino, che non ci mise tanto a farsi notare. E a far parlare di sé. Il suo viaggio parte da Sofia, tra le file del CSKA, con il quale si rese protagonista, nel 1985, di un episodio curioso e provocante: dopo aver segnato quattro reti nella finale d’andata della Coppa di Bulgaria contro i rivali del Levski Sofia, nella partita di ritorno scese in campo con il numero 4 sulla schiena, venendo coinvolto in una rissa a fine gara e costringendo il partito comunista Bulgaro a sciogliere le due società, per poi essere inizialmente radiato e infine squalificato per sei mesi. In sei anni con il CSKA conquistò tre campionati, quattro coppe di Bulgaria e una Supercoppa a suon di gol e giocate, che attirarono su di loro l’interesse del Barcellona di Crujiff, rimasto ammaliato dal giovane e scontroso bulgaro dopo la finale di Coppa delle coppe tra il CSKA Sofia e i Blaugrana vinta da quest’ultimi. Un’edizione in cui Stoickov segnó ben 7 gol.

PUPILLO DI CRUJIFF, STELLA DEL DREAM TEAM

Arriva al Barcellona su esplicite e pressanti richieste di Johan Cruijff, che lo considera perfetto per guidare l’attacco Blaugrana. Ma l’inizio non è dei migliori: nella finale di Supercoppa di Spagna contro il Real Madrid diede un pestone all’arbitro Urizar dopo che quest’ultimo espulse Crujiff. Risultato sei mesi di squalifica, poi ridotti a 10 partite. Ci mise molto ad ambientarsi, e si mormorò addirittura che negli spogliatoi derubasse i suoi compagni: ma poi, col passare del tempo, divenne un idolo, nonché sempre più fondamentale per la squadra. Istrionico, a volte pigro, ma quando voleva era veramente inarrestabile: tecnica sopraffina, senso del gol, rapidità, prorompenza e intelligenza tattica, per favorire l’incetta di trofei in salsa catalana che ha segnato un’era storica e irripetibile del calcio mondiale. Quattro campionati, tre Supercoppe, una supercoppa UEFA e una Coppa dei Campioni, che potevano essere due se il Milan di Capello non avesse deciso di regalare puro spettacolo in quel di Atene, nel 1994. Che, comunque, non gli negó la meritata e netta vittoria del pallone d’oro.

LA FUGACE ESPERIENZA ITALIANA, IL RITORNO A BARCELLONA, IL PELLEGRINAGGIO IN AMERICA E ARABIA.

Nel 1995 i fin lì buoni rapporti tra Crujiff e Stoickov si incrinano repentinamente, favorendo la cessione del bulgaro al Parma di Nevio Scala. Fin da subito, l’esperienza italiana si rivelò molto difficile, venendo relegato ad un ruolo marginale, facendo fatica ad entrare in condizione ed in sintonia con il nuovo campionato. Dopo soli 7 gol, e un’aspra critica rivolta al nostro calcio, venne ceduto, ritornando nuovamente al Barcellona. La seconda avventura Blaugrana si concluse dopo due anni incolori, facendo ritorno al CSKA Sofia per sole quattro partite. Da lì, iniziò un pellegrinaggio, che va dalle Americhe all’Arabia, per poi concludere, nel 2003 la sua carriera da calciatore. Da Allenatore, tra dimissioni, cattivi risultati, screzi ed esoneri, la sua carriera durò relativamente poco.

Lascia un commento