Correva il giorno 1 Febbraio 1969 – Nasce Gabriel Omar Batistuta

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Intorno alla metà del XIX secolo, dal piccolo comune di Cormons, non lontano da Gorizia, Domenico Battistutta e Maria Zorzon partono in direzione Argentina. Sono una delle tante famiglie che decidono di lasciare il proprio paese per tentare fortuna all’estero.

I Battistutta si stabiliscono nella provincia di Santa Fe, più precisamente ad Avellaneda, e modificano il cognome, togliendo le due doppie T per renderlo più familiare ai compaesani. Da Battistutta si passa a Batistuta, che suona decisamente meglio per gli argentini.

Circa un secolo dopo, Gloria e Osmar Batistuta, danno alla luce Gabriel Omar Batistuta.

Ancora non sanno che quel ragazzo, poco più di vent’anni dopo, tornerà nel suo paese natale e diventerà l’idolo di un intero popolo.

Da ragazzo è un grande sportivo, gioca a basket e a pallavolo finché, un bel giorno, all’etá di 16 anni, un suo amico gli regala un poster di Diego Armando Maradona.

È amore a prima vista. Il calcio fa breccia nel cuore del ragazzo.

Come gran parte dei ragazzi sudamericani, i primi passi col pallone li muove in strada, nel Barrio Chapero, dove nasce il Grupo Alegría, la squadra amatoriale del quartiere.

Di lì, passa alle giovanili del Platense, dove vincerà il campionato provinciale di Santa Fe, sfidando anche il Newell’s Old Boys di Marcelo Bielsa.

Proprio durante la sfida col Newell’s, Jorge Griffa, osservatore dei rosarini, si innamora perdutamente del centravanti coi capelli biondi. Nell’estate dell’87 Batistuta passa alla corte del Loco e dopo un anno debutta fra i professionisti.

Al Newell’s le cose non vanno come previsto, la lontananza da casa si fa sentire e il feeling con la squadra non decolla. Viene mandato in prestito al Deportivo Italiano dove per la prima volta ha la possibilità di mettersi in mostra a livello intercontinentale: nell’ inverno 1989 parte per la Toscana per giocare il Torneo di Viareggio. Il Deportivo si fermerà ai quarti, battuto ai rigori dal Torino, ma Gabriel sarà il capocannoniere del Torneo.

Un giovane Batistuta col Pibe de Oro durante il Torneo di Viareggio 1989

Rientrato al Newell’s, viene impacchettato e spedito al River, dove resterà appena una stagione causa dissapori con Mister Passarella.

Finito fuori rosa, lascia il River ma non Buenos Aires, per lui c’è il Boca.

Dopo un primo anno altalenante, nella stagione che porta alla Copa America, il talento esplode: 17 gol in 35 partite.

Lui, che in Nazionale ancora non c’era mai stato, conquista il cuore di Alfio Basile che lo porta con sé in Cile e gli affida la maglia numero 9.

Bati, per la prima volta, ad appena 22 anni, ha tutti i riflettori puntati.

Le aspettative sono alte, ma Gabriel non delude. 6 partite, 6 gol. 32 anni dopo, l’Argentina trionfa in Copa America, la maledizione è sfatata grazie al Baby Fenomeno di Avellaneda.

Il trionfo in Nazionale lo ha fatto conoscere a tutto il mondo e adesso tutti lo vogliono.

Il 10 Agosto 1991, venti giorni dopo la vittoria della Copa America, un aereo direzione Fiumicino lo porta in Italia per firmare.

In pole c’è la Juventus, ma ad aspettare che il Centravanti del Boca scenda dall’aereo, non c’è l’Avvocato Agnelli e nemmeno un suo delegato, c’è Mario Cecchi Gori, presidentissimo della Fiorentina. Un colpo da 18 miliardi per regalare alla città un grande centravanti.

Mario Cecchi Gori stringe la mano di Batistuta, appena arrivato in Italia

Firenze, un amore così grande.

Il mondo Fiorentino è, forse, l’esatto contrario di Buenos Aires. Non è facile arrivare in un paese lontano, con una cultura calcistica totalmente diversa da quella a cui sei abituato e lasciare subito il segno. Infatti, i primi tempi di Batistuta nella città di Dante non sono idilliaci. C’è chi pensa che sia l’ennesima meteora, un fenomeno in patria ma un fuoco di paglia laddove il calcio è tutt’altra cosa.

Il primo anno è di conoscenza, di transizione. Ha solo 22 anni e ha giocato soltanto in Argentina, ma segna comunque 13 gol, mostrando sprazzi di talento cristallino.

Il secondo anno potrebbe essere già quello dell’addio: segna 16 gol, ma intorno a lui la squadra si scioglie dopo l’incredibile esonero di Gigi Radice e dal sesto posto sprofonda in Serie B.

Bati nell’anno della retrocessione con addosso la tanto discussa maglia “filo-nazista”

A 23 anni, con un futuro roseo davanti, potrebbe lasciare Firenze per crescere in un club di alto rango e magari riempire la bacheca. Ma, incredibilmente, al fischio finale dell’ultima giornata, quando la Fiorentina viene condannata alla B nonostante i 6 gol rifilati al Foggia, Batistuta scoppia a piangere e decide di scendere in serie cadetta, ma col giglio sul petto.

Nell’anno in B, il legame fra la città e Gabriel si fa più intenso. L’argentino va a segno 16 volte e dopo 38 giornate piuttosto tranquille, la Fiorentina torna al suo posto.

La retrocessione ha fatto scattare la scintilla alla Presidenza, passata intanto da Mario a Vittorio Cecchi Gori, che nell’estate del 94 porta a Firenze il fantasista del Benfica, nonché numero 10 del Portogallo, Manuel Rui Costa, un trequartista col dribbling sopraffino e soprattutto, con l’assist facile.

La consacrazione definitiva di Batistuta arriva proprio nella stagione 1994-1995, quella del riscatto Viola. El Gringo, soprannome che aveva da ragazzo, diventa il Re Leone e da potenziale fenomeno, diventa un fenomeno reale. Va a segno per undici giornate consecutive e a fine anno chiude da capocannoniere a quota 26.

È scoppiato l’amore fra Bati e Firenze. Un amore profondo, radicato nell’anima. Lo vuole mezza europa, ma di lasciare Firenze proprio non ne vuol sapere.

Il 1996 è l’anno dei trofei: dopo i canonici 19 gol in A, il 18 Maggio 1996, con la fascia di capitano al braccio, alza al cielo la Coppa Italia. Dopo tanti anni di transizione, dopo essere sprofondati in B, la Fiorentina risorge grazie al Re Leone. 8 gol in 8 partite di Coppa, di cui tre rifilati all’Inter nella leggendaria semifinale. Sotto il cielo di Bergamo, nella finale di ritorno, Batistuta diventa leggenda.

La Fiorentina vince la Coppa Italia e leggenda del Re Leone inizia a prendere forma

Ma non è finita qui: in qualità di vincitrice della Coppa Italia, tre mesi dopo, la Fiorentina salirà a San Siro per giocarsi in gara secca la Supercoppa Italiana contro il Milan di Savicevic, Boban e Weah. Dopo meno di un quarto d’ora, Bati la sblocca con un gol dei suoi: prende il tempo a Maldini e con un sombrero salta di netto Baresi, prima di sparare un missile da pochi passi. Il Milan però non si fa cogliere impreparato e in dieci minuti pareggia col solito Savicevic. A sette dalla fine, con la partita ancora ferma sull’1-1, un siluro su punizione da distanza siderale chiude i conti. È ancora lui l’autore, il Re Leone, che corre dal cameraman a bordocampo e urla “Te Amo Irina” diretto nella videocamera.

25 Agosto 1996: Te Amo Irina

Irina è Irina Fernández, l’amore di una vita, conosciuta a 17 anni e sposata a 21. Di fronte a milioni di persone davanti alla tv, Bati dedica il gol alla persona più importante della sua vita, mettendo la parola FINE a tutte le voci che li vedevano in crisi.

La vittoria della Coppa Italia fa scattare la scintilla all’interno della Fiorentina, che sulle ali del numero 9 vola verso l’Europa e, nel 98/99, tenta l’assalto allo scudetto.

Dopo il rammarico per non aver espugnato il Camp Nou e dopo la stagione da mina vagante con Malesani, la stagione 1998/1999 sembra quella giusta per puntare al terzo scudetto. Da Monaco di Baviera arriva a Firenze Giovanni Trapattoni. Un gigante del calcio italiano per allenare il più forte centravanti in circolazione, forse secondo solo a Ronaldo.

La Fiorentina macina vittorie su vittorie, Batistuta segna con spaventosa regolarità, Rui Costa dipinge calcio e il 10 Gennaio 1999 Firenze festeggia il titolo di campione d’inverno. È solo l’assaggio di quello che Batistuta-Edmundo-Rui Costa-Oliveira possono combinare insieme. La Viola del Trap gioca un calcio intelligente, offensivo e solido che la lancia verso il tricolore.

Bati sfodera la mitraglia, la Fiesole impazzisce. È il 13 Dicembre 1998, la Fiorentina batte la Juventus e respira aria da scudetto.

I sogni di gloria finiscono il 7 Febbraio 1999. Batistuta, 17 gol in 17 partite, a tre minuti dalla fine, crolla al tappeto. Non è un semplice contrasto di gioco perché nessuno lo ha toccato. Il ginocchio ha ceduto da solo. Esce in barella e non ritornerà fino a marzo inoltrato. Mentre Bati è a farsi controllare il ginocchio, Edmundo fugge dagli spogliatoi. Doccia velocissima e poi si parte per il Carnevale.

La fuga di Edmundo rompe qualcosa nella storia d’amore fra Bati e la Fiorentina. Il Re Leone si sente tradito dal suo presidente e per la prima volta il rapporto scricchiola.

Dopo essere arrivati al giro di boa da capolista, la Fiorentina chiude il campionato al terzo posto. 21 gol di Batistuta, 10 di Rui Costa e 8 di Edmundo, non bastano. È Champions League, ma poteva essere scudetto e Batistuta medita l’addio.

Voleva portare la sua Fiorentina sul tetto d’italia, voleva regalare il terzo scudetto, ma il destino ha avuto altri programmi.

Il destino, dopo un’ultima memorabile stagione passata in riva all’Arno, lo porta lontano.

Il 14 Maggio 2000, mentre la Juventus si giocava uno scudetto sotto il diluvio di Perugia, Batistuta firma una tripletta contro il Venezia e scoppia in un pianto interminabile.

Con 152 reti, Batistuta diventa il miglior marcatore della storia della Fiorentina in Serie A.

È l’ultimo ruggito del Re Leone, che decide di andare via, per inseguire quello scudetto assaporato nell’inverno del ‘98, ma sgretolato in quell’attimo in cui tutto si è fermato.

Siamo agli albori della slavina finanziaria che di lì a breve si abbatterà sulla Fiorentina e Cecchi Gori non può fare altro che fissare il prezzo del Re Leone: 70 miliardi o niente.

Il 23 Maggio, dopo dieci giorni infuocati, Franco Sensi, presidentissimo della Roma, mette sul piatto 72 miliardi alla Fiorentina e 36 miliardi per tre anni di ingaggio al giocatore. È fatta, Batistuta dopo dieci anni passati in viola, diventa giallorosso.

10 Giugno 2000: l’Olimpico apre la Curva Sud per presentare Gabriel Omar Batistuta.

Roma… per inseguire un sogno

Il colpo Batistuta significa una sola cosa: scudetto.

Franco Sensi con l’acquisto di Batigol vuole lasciarsi alle spalle il sesto posto dell’anno precedente per puntare al tricolore, che manca dai tempi di Falcão.

Ai nastri di partenza le favorite sono 3: la Lazio campione in carica, la Juventus sempre in agguato e la nuova Roma di Fabio Capello.

Ben presto però, si capisce che la Roma ha una marcia in più. Batistuta segna contro tutto e contro tutti, anche contro la sua Fiorentina.

È il 26 Novembre 2000, quando di fronte ai settantamila dell’Olimpico, per la prima volta Batistuta e la Fiorentina si incontrano da avversari. Bati soffre, marcato da un Repka più aggressivo che mai, che non gli lascia nemmeno lo spazio per respirare. Proprio quando la Sindrome dell’Ex sembrava aver preso il sopravvento, il Re Leone ruggisce. Un gol dei suoi, di controbalzo al volo da fuori area. Toldo non può nulla, la Roma batte la Fiorentina 1-0 con gol di Batistuta.

Ma Bati, da uomo d’onore qual è, non può esultare contro la squadra che lo ha reso immortale. I compagni lo abbracciano, ma le lacrime di chi ha dato corpo e anima per quei colori, le vedono tutti.

Le lacrime di un uomo costretto a lasciare Firenze per poter vincere uno scudetto.

Il sogno scudetto, inseguimento per anni, finalmente diventa realtà. Il 17 Giugno 2001 la Roma si laurea campione d’Italia.

Batistuta ha coronato il suo sogno, a 32 anni è riuscito a vincere quel maledetto scudetto. Il treno sembrava ormai fuggito via, il fisico iniziava a sentire i postumi di 10 anni vissuti al massimo. Le caviglie sono ormai distrutte e la festa al Circo Massimo è l’ultimo momento di gloria del Re Leone.

Epilogo, Gracias Bati.

Il Cuore batte per Firenze?

Sì. Non avrei voluto andar via. Volevo vincere lo scudetto sotto la Fiesole. Ma quando diedero a Edmundo il permesso di andare in Brasile per il Carnevale si è rotto il rapporto con la dirigenza. Sono stato tradito. Cavolo, io avevo dato le mie caviglie alla Fiorentina e nel momento in cui la squadra aveva bisogno di tutti mandavano un mio compagno in vacanza”.

Bastano queste poche righe per capire la grandezza dell’uomo, prima ancora del calciatore. Un uomo che ha messo l’amore per Firenze davanti a tutto, anche di fronte alla propria salute.

Non contano i gol, nemmeno i trofei, quello che conta è l’amore di un uomo verso una maglia e il rispetto per dei colori che lo hanno reso immortale. Signori si nasce, non si diventa.

Feliz Cumple Bati, Fiorentino vero.

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