
È il 1987. In casa Chicago Bulls una leggenda stava pian piano prendendo forma, ovvero Michael Jeffrey Jordan e l’obiettivo della dirigenza era quello di costruire intorno alla stella una rosa che potesse attestarsi e consolidarsi ai vertici. Siamo in periodo di draft, ricordato per la presenza di tre futuri membri della lista dei 50 migliori giocatori del cinquantenario Nba: Reggie Miller, David Robinson e Scottie Pippen. La storia di quest’ultimo è molto strana ma allo stesso tempo affascinante: nato ad Hamburg, in Arkansas, ultimo di dodici figli, interamente sfamati dalla mamma dopo l’ictus capitato al padre che lasciò la famiglia in notevoli difficoltà economiche. Scottie iniziò a giocare a basket nel suo paese natio, iscrivendosi ad un college minuscolo e pressoché sconosciuto. Ma il suo talento non passò inosservato soprattutto al GM dei Bulls Jerry Krause, che rimase colpito dalle sue prestazioni al Predraft Camp. Scottie alla fine venne scelto dai Seattle Supersonics, ma poco dopo fu ceduto proprio ai Chicago Bulls in cambio di Olden Polynice.
Dopo il primo anno passato interamente in panchina, Scottie divenne via via sempre più forte, migliorando sotto moltissimi aspetti tattici, tecnici e mentali, divenendo estremamente versatile e punto cardine del quintetto di Chicago, venendo riconosciuto universalmente come colui che ha rivoluzionato il ruolo di ala piccola: difensore impenetrabile, il migliore dal perimetro, attaccante formidabile, dotato di eccezionali qualità atletiche, ampie falcate per andare a canestro e lunghe leve per stoppare, letteralmente, le speranze avversarie, per poi avviare i contropiedi, attaccare il canestro o tirare. Ecco Scottie Pippen sapeva fare tutto, anche del buon lavoro sporco a rimbalzo, e spesso risultava fondamentale per i Bulls. Ma sempre rimanendo nell’oscurità. Robin oscurato da Batman, MJ, che riusciva sempre a prendersi la scena.
Pippen è stato criticato per il suo essere poco carismatico e per la sua scarsa incisività nei momenti clou, nonché per esser stato incapace di prendersi la scena quando la star era lui, ovvero nelle successive esperienze post Chicago, Houston e Portland, in cui deluse. Ma risulta difficile, praticamente impossibile, criticare un sei volte campione Nba e un dieci volte all-defensive team (di cui otto di fila), che con Rodman, MJ e coach Phil Jackson in panchina ha dominato il gioco, scrivendo pagine leggendarie della storia del basket. Tanti auguri a Scottie Pippen, la stella più luminosa delle meno appariscenti.

Lascia un commento