“Paolo, Tu sarai il mio centravanti al mondiale”. Gli disse Bearzot. Era il Novembre 1981, al mondiale mancano ancora sette mesi.
Paolo è Paolo Rossi, stella del Lanerossi prima e del Perugia poi, adesso in forza alla Juventus. Però, a dividere lui dal mondiale ci sono due anni di squalifica per calcioscommesse, che lo tengono lontano dai campi dall’estate 1980. Non rientrerà prima di Aprile, troppo tardi per staccare un biglietto per il Mundial.
Ma il Vecio lo porta con sé, nonostante sia reduce da tre gare in due anni, e gli affida il ruolo di punta titolare, insieme all’infaticabile Ciccio Graziani, perché si ricorda le faville del mondiale precedente.

La critica invocava Roberto Pruzzo, capocannoniere con 15 reti, ma Bearzot è disposto ad aspettare Rossi fino all’ultimo giorno. Così, insieme a lui e Graziani, partono per il Mundial anche Spillo Altobelli e Franco Selvaggi.
Dopo tre partite e zero reti, mentre i giornalisti si interrogano sul perché il centravanti titolare lo debba fare uno che ha ripreso a giocare da tre mesi dopo due anni di squalifica, il Vecio si chiude in silenzio stampa e punta ancora su Paolo Rossi.
Nella seconda fase a gironi, quella del Sarrià, ci troviamo contro Argentina e Brasile, ovvero contro i campioni del mondo in carica e contro una delle 5 nazionali più forti di sempre. Lo sapete, contro l’Albiceleste vinciamo, segnano Tardelli e Cabrini, mentre Rossi è ancora a secco.
La sfida col Brasile è decisiva, abbiamo un solo risultato per conquistare un posto fra le migliori quattro, il pareggio sorride a loro. La Seleção è un tripudio di fenomeni, possono arrivare in porta in un lampo, ma dopo cinque minuti Rossi la sblocca. Finalmente. Ha riacquisito quella dote naturale di partire con mezzo secondo d’anticipo rispetto al difensore.

Il vantaggio però, non dura parecchio, meno di dieci minuti dopo un’azione da antologia calcistica riporta la situazione in pareggio: triangolo Sócrates-Zico-Sócrates e palla sotto le gambe di Zoff.
Adesso è il Brasile a gestire il gioco, sono talmente forti che non hanno bisogno di schemi, ma su un passaggio troppo corto di Cerezo s’infila ancora Rossi che buca la difesa e spara a rete.

I brasiliani si buttano all’attacco, consapevoli che prima o poi il gol sarebbe arrivato. Sono incontenibili, la difesa fa quello che può, al resto ci pensa Zoff che in quel secondo tempo arriva su ogni pallone.
Alla fine il gol arriva ed è un vero capolavoro. Falcão si libera di Conti, finta verso Cerezo e sinistro a incrociare, Zoff non può nulla. Adesso è tutto da rifare, ogni sforzo è stato vanificato. I verdeoro hanno venti minuti per gestire il risultato a loro favore, ma non è nel loro DNA, non si sarebbero mai accontentati del pareggio.
I ragazzi del Vecio tengono botta, sono solidi e non si lasciano trafiggere dai funamboli brasiliani. Non è difficile segnare, i verdeoro non hanno una grande difesa e soprattutto Valdir Peres non è un gran portiere, ma sono talmente forti a centrocampo che organizzare un’azione come si deve è praticamente impossibile. C’è solo un modo per spedire la palla in rete: coglierli di sorpresa, bucarli quando meno se lo aspettano. E così fu: su un innocuo tiro di Tardelli, destinato a morire fra le braccia del portiere, si avventa di nuovo Paolo Rossi che, da vero rapace d’area qual è, appoggia dentro.
È tripudio azzurro, si vola in Semifinale, di nuovo contro la Polonia, ma stavolta con un Pablito in più, che prima ci regala la finale con una doppietta e poi la Coppa contro i Tedeschi dell’Ovest, aprendo le danze nella ripresa.

Se un anno fa un male incurabile non se lo fosse portato, oggi Pablito avrebbe compiuto 65 anni e sono sicuro che lassù, tanti colleghi ma anche tanti avversari, gli chiederanno di raccontare le avventure di quella magica estate 1982, quando l’Italia salì in cima al mondo trascinata dai gol di un ragazzo di provincia divenuto un fenomeno planetario in meno di una settimana.


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