18 Marzo 1995: una frase, tre parole, sei lettere. Sei lettere che pesano come un macigno: David Falk, agente di Michael Jordan, fa uscire un comunicato ufficiale con tre semplicissime parole, dettate dal suo assistito: I’m back.
528 giorni dopo, l’NBA riabbraccia il suo idolo, Michael Jordan torna a giocare a basket con la canotta dei Chicago Bulls.

Facciamo un passo indietro: come ci siamo arrivati a questo punto?
Il 6 Ottobre 1993 His Airness dice basta. Non deve dimostrare più niente a nessuno, è all’apice della carriera, ha 30 anni ma ha già vinto ogni trofeo possibile. In più, il 23 Luglio precedente, James Jordan, padre del 23 dei Bulls, viene ucciso all’interno della sua Lexus (regalata da Michael) da dei banditi locali lungo la US Highway 74 nei pressi di Lumberton, North Carolina.
Michael è sotto shock, il mondo del basket lo sarà di lì a pochi mesi.
Nei 528 giorni che separano il ritiro dal rientro, Air Jordan si butta sul baseball con risultati piuttosto deludenti. Tornerà sul parquet soltanto una volta, il 9 Settembre 1994 per dare addio al Chicago Stadium, in una partita di beneficienza organizzata dal suo collega nonché amico Scottie Pippen. Ah, giusto per la cronaca, in quella partita ne metterà 52 dimostrando al mondo di essere il più forte di tutti anche senza giocare per un anno.
Si arriva così al giorno del ritorno, al giorno del comeback. Non è più quello di prima, non ha quella spinta sulle gambe che lo caratterizzava da giovane e non schiaccia più come un tempo. Le mani sono le stesse, la testa c’è, ma il fisico no. Cambia anche numero: dal 23, che è stato ritirato in una cerimonia con lui presente, passa al suo reale numero preferito: il 45.
A tratti è straripante (chiedere a chi era al Madison Square Garden quando ne mise 55 dieci giorni dopo essere tornato), ma è evidentemente fuori forma, tant’è che i suoi Bulls non arrivano oltre le semifinali di Conference, perse contro gli Orlando Magic.

Durante la serie contro Orlando, Nick Anderson, guardia dei Magic, ebbe la brillantissima idea di lanciare una provocazione a Jordan, sostenendo che il numero 45 fosse un gran giocatore, ma nemmeno lontano parente di quel 23 che aveva vinto tre titoli consecutivi fra il ’91 e il ’93.
Stuzzicato da coach Phil Jackson e provocato da Anderson, MJ decide di passare tutta l’estate ad allenarsi come un pazzo. L’obiettivo è quello di tornare in forma per il primo giorno della nuova stagione.
In quel di Chicago, nei due anni di assenza di Mike, sono cambiate diverse cose, il roster è stato sensibilmente migliorato con quattro innesti: l’ala croata Toni Kukoc, il difensore Ron Harper, il sesto uomo Steve Kerr (sì, quello che oggi allena Curry e compagni) e il rimbalzista più matto di un cavallo, Dennis Rodman. Jordan è tornato, mentre Pippen non se n’è mai andato.
All’avvio della nuova season, sulle spalle di MJ è tornato il caro vecchio numero 23. I Bulls sono tornati quelli di un tempo: sono semplicemente inarrestabili. Abbattono il muro delle 70 vittorie, infrangendo il record dei Lakers che durava da ventiquattro anni. Ai playoff di Bulls viaggiano a gonfie vele: una sola sconfitta in 11 gare. Alle finals troveranno i Seattle SuperSonics di Shawn Kemp, superati in 6 gare.

Jordan è tornato in grande stile: MVP della RS, MVP dell’All Star Game, MVP delle finals, miglior marcatore e inserito nel primo quintetto difensivo. Serve aggiungere altro? Sì, l’anno dopo la storia si ripeterà. Farà il bis quasi in tutti i premi, tranne all’All Star Game (dove metterà comunque 25 punti) mentre finisce dietro a Karl Malone nella lotta per l’MVP.
Il nuovo Jordan non è più quello di un tempo, è addirittura più forte. È una macchina da punti incredibile, ha sostituito le schiacciate dei primi anni con un fadeaway praticamente indifendibile a cui Kobe Bryant deve praticamente tutto.
Altro giro, altre finals: stavolta ci sono gli Utah Jazz di Sua Maestà Karl Malone (per i più giovani, immaginatevi LeBron James con la canotta dei Jazz) e John Stockton (il miglior passatore di sempre). I Bulls vanno avanti nelle prime due gare casalinghe, ma a Salt Lake City la serie viene riportata in parità. La gara decisiva è la numero 5: chi la spunta si troverà ad una sola vittoria dal titolo NBA. La gara ha un antefatto straordinario, che servirà a marcare ancora una volta la grandezza di Jordan.
Dunque: i Chicago Bulls sono in Hotel a Park City, sui monti intorno a Salt Lake, e a Jordan viene fame. Problema: dopo le 21 il servizio in camera non viene più fatto. Soluzione: ordinare una pizza. Altro problema: a Park City non ci sono chissà quanti hotel e tutti sanno dove alloggiano i Bulls, tant’è che andarono in 5 per portare una banalissima pizza.
A notte fonda, intorno alle 2, il telefono di Tim Grover, personal trainer di Jordan, squilla. Michael è in condizioni pietose e starà male per tutto il giorno successivo. Non può giocare, non si regge in piedi. È rimasto a letto fino a un’ora prima dell’inizio della partita, ma è troppo importante per rimanere seduto in panchina. E i Bulls senza His Airness uscirebbero con le ossa sbriciolate dal Delta Center.
Il primo quarto va come previsto: Utah Jazz 36, Chicago Bulls 20. MJ è un fantasma per tutto il primo quarto.
Al rientro sul parquet, la musica cambia e con lei, anche l’inerzia della gara. Michael si è svegliato, mette un canestro dopo l’altro: a un minuto dalla fine ne ha messi 35, arrivando alla parietà a quota 85. Dalla lunetta ha l’occasione di firmare il sorpasso, ma incredibilmente finisce sul ferro. Vabbè, poco male, rimbalzo di Kukoc e l’azione riparte lentamente. Jordan amministra il gioco, prende tempo, tanto nella sua mente ha già disegnato l’azione. Scarica per Pippen che si piazza in post basso, Scottie sa già cosa deve fare, sa che i Jazz raddoppieranno la marcatura per non farlo avanzare, ma lui non vuole tirare, lui è lì per smarcare Jordan. Con la coda dell’occhio vede Michael liberissimo, catch-and-shoot. I piedi sono dietro l’arco, la retina si muove, il tabellino si aggiorna. Utah Jazz 85, Chicago Bulls 88. Michael Jordan, che non è proprio il miglior tiratore da fuori che ci sia, ha messo la tripla decisiva per il sorpasso. Il tabellino segna 38 punti, 7 rimbalzi e 5 assist, una prova leggendaria dopo aver trascorso la giornata immobile su un letto.

È apoteosi Bulls, che due giorni dopo davanti ai propri tifosi conquisteranno il quinto titolo.
Resta un’ultima stagione da giocare, da vincere per fare la storia. Vincere per il secondo three-peat, per il sesto titolo in otto anni. Jordan è all’ultimo anno, Pippen è dilaniato dagli infortuni, mentre Dennis Rodman pensa più al sesso che al parquet. Sarà The Last Dance, l’ultimo ballo della più bella dinastia della palla a spicchi, ma questa… è un’altra storia.

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